Roberta’s blood

di Mirko Orlando
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Abstract

Cos’è la tossicodipendenza? Domanda impossibile, come impossibile lo è la sua restituzione visuale. Le fotografie non bastano… mai! E accontentarsi dell’immagine è il primo gesto d’arroganza dei vili. Quasi un anno d’incontri, scambi d’opinione, favori, racconti strappati al silenzio degli altri e solo un giorno per scattare qualche fotografia.Una giornata senza senso, senza capo né coda, spesa ai margini di una solitudine impermeabile e limpida. Per lei, una giornata tragicamente normale.

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Non importa a che età si entri la prima volta in un carcere (non vi sarebbe comunque alcuna possibile propedeutica), e non importa la pena da scontare: un anno, dieci, diciassette. Tutto ciò acquista importanza dopo, col tempo, quando forti di una dannazione a cui siamo sopravvissuti alcune pene ci sembrano d’improvviso sopportabili. La prima volta è sempre troppo! Troppo l’abbandono, troppa l’ansia, troppa la desolazione e la sensazione d’aver appena intrapreso un viaggio scontato, ma lungo a terminare… troppo lungo. La soglia di un penitenziario non si varca col proprio nome – che una buona coscienza ci tiene a preservare immacolato, così lo lascia all’uscio – ma col carico di un aggettivo che ricorda il fallimento: delinquente. Sentirsi descrivere col vocabolario dei redenti è sempre un’infamia, il dispotismo inizia dal monopolio del linguaggio, e chi crede di poter cogliere con efficacia il significato anche del più piccolo termine, ha già un piede nel sopruso. Soltanto la disperazione ci porta a dare definizioni, nell’illusione folle che col nome si possa attentare l’essere, o per lo meno disarmarlo. A questo modo ci siamo arresi alla menzogna, garantendoci la possibilità – fornita l’illusione di una realtà semiotica – di vivere il linguaggio come materia viva fino a farne il cuore della vita stessa. Pattuito un dizionario comune s’è gia posto le basi di una costituzione. Ma quante sfumature racchiude una parola? E dietro ad una voce che urla:

– Delinquente!

Quante biografie irriducibili e differenti, quante smorfie originali e irripetibili. Se fossimo in grado di odiare e di odiarci come ordinano i nostri desideri, chiunque di noi sarebbe un criminale. La civilitas comincia a funzionare soltanto quando si sia raggiunta una certa dose di mediocrità, o al contrario di tirannide. Io per primo, ad essere sinceri, mi strappo tra l’istinto a tendere verso questa mediocrità – capace di colorare i sapori della vita – e la voglia irrefrenabile di altezze, che rovesciate dalla nostra immaginazione sono in realtà voragini in cui si può soltanto precipitare.

Il crimine è connaturato al pensiero, alla libertà, e persino alla giustizia, nel cui nome si sono consumate non poche barbarie. La stessa coscienza sociale è un crimine di cui si è perso memoria e che fa della dimenticanza l’ufficio necessario di una qualsivoglia civilizzazione. L’inciviltà dei disadatti è soltanto l’ultimo baluardo di una memoria che resiste alla seduzione dell’oblio, perché i torti subiti o li si dimentica o li si affoga nell’odio, e quando la mancanza di strumenti fa dell’uomo un cavaliere senza spada, e senza la forza di attentare l’ipocrisia, il rancore si rovescia logorandolo dall’interno. A questo modo il suicidio è la vendetta dei disillusi, così come la devianza lo è dei disarmati. La più alta nobiltà, dopo aver frequentato ogni bassezza, sarebbe l’emanciparsene e porre fine, grandi di una simile conquista, alla propria vita. Quale assassinio più maestoso per le false speranze di un impero che non merita essere difeso? Massima esaltazione di una mente in bilico tra genio e follia, il suicidio dei salvati è però un’utopia da sciocchi che non porrà mai fine ad un’umanità divisa tra chi riesce ad integrarsi nel sistema sociale, e chi invece vi si schianta ai margini. Il punto, pertanto, non è sconfiggere la marginalità (il ché sarebbe delirante) ma capirne il senso.

Ossessionati dall’essere utili, disertiamo il vero appoggio che potremmo fornire agli ultimi e che potremmo fornire a noi, che della nostra integrazione ne abbiamo dimenticato le colpe, mancando a più riprese la possibilità di sostenere il vuoto che le biografie malate aprono ai nostri valori (questo vuoto è nutrimento della cultura). In preda ad un panico da redentori autoeletti, dimentichiamo che la risposta alle domande degli emarginati può essere soltanto l’ascolto, e se sono ancora in tanti ad ingegnarsi nel fornire risposte razionali e funzionali al loro reintegro, ciò che infine ottengono è soltanto l’offenderne la nobiltà. Nessuno attende un salvatore, e se lo fa è soltanto per ingiuriarlo. La risposta è l’ascolto perché restituisce loro una prospettiva dando senso al dolore mai rimosso; perché riordina il caos primordiale delle loro infinite sensazioni restituendogli una direzione, quasi un’escatologia. In questo modo la loro vita, impossibile da riscattare, vien sacrificata al nostro sguardo perché possa cogliere, in un anticipo di cui loro non hanno goduto, la soglia oltre il quale è impossibile tornare (sono queste le motivazioni che hanno spinto Roberta a volersi raccontare). Di questo sacrificio è fatta la vocazione al tragico e la natura fondamentalmente eroica dell’emarginarsi: l’eroe non può essere salvato, vivo o morto è sempre un martire che disseta, col suo sangue, un’umanità così assolta. Del resto, o si muore tutti i giorni o si vive per metafora, e se c’è un aspetto desolante che contrassegna la normalità difesa dalle nostre facce, ciò riguarda l’imperizia con cui si muore a se stessi.

Si ha un’innata difficoltà ad intendere il dolore degli altri, o per lo meno ad accettarne il mistero. I nostri mali ci sembrano dannazioni, quelli altrui soltanto conseguenze. Allo stesso modo, ci è impossibile ammettere che tutto quanto rientri nella blasonata normalità non è che una malattia inflazionata, e dal cui deprezzamento dipende in larga parte la sua funzionalità e la sua accettazione. I deliri che ci accomunano disegnano la realtà che siamo chiamati a difendere, e se la difendono con forza, con tenacia, è proprio perché profondamente sappiamo che il rischio di approdare dall’altra parte è concreto, quando non perfettamente giustificabile. Soltanto la mancanza d’originalità poteva fare della malattia una virtù: così il narcisismo, l’esibizionismo, l’avidità, la brama… e la lista potrebbe estendersi all’infinito.

Il carcere è uno di quei posti dove tutt’al più si può entrare da innocenti, ma non vi si può uscire con la medesima reputazione. Nascondiamo tutti un carisma malato che in questi ambienti, sotto costante sollecitazione, emerge quale folgore prima sconosciuta. La prima spada Roberta l’ha provata qui dentro, dietro le sbarre di una cella ora troppo stretta per essere abitata, ora troppo smisurata per immaginare che abbia un termine. Mentre tutto si trasforma in gattabuia il tuo corpo sperimenta il volo degli angeli, e se vola tanto in alto è soltanto per precipitare più velocemente. C’è stato un tempo in cui l’eroina bisognava spararsela intramuscolo, in assenza di vene utili a baciare il tuo benessere. Ora è diverso, Roberta è ritornata alla gogna dopo 14 anni d’assenza. Ora il suo corpo lo sente, lo patisce, e saluta le sue vene come compagni ritrovati al termine di un viaggio troppo lungo. Nessun rimpianto! Devi toccare il fondo prima d’imparare ad amministrare il peggio che la vita ha da offrire, e al fondo non trovi che il tuo corpo, finalmente fragile, sorpreso a piangere un calvario che non è più in grado di sopportare. L’Hiv, le difese immunitarie basse, la gamba gonfia che duole, un intero corpo che grida e un cuore ancora troppo sordo per ascoltarlo.

Nessuno ha il diritto di manifestare apertamente il proprio spasimo… il patibolo ha una sola corda e gran parte del vivere insieme si riassume nell’arte dell’indossare la maschera del benessere, o quanto meno nell’ostentare un’indifferente compostezza. Alla periferia di una società che ha un grosso campo cieco, l’uomo disimpara questo vizio e disattesa ogni scialba aspettativa, tormenta l’altro d’amore e d’odio. Ai margini si muore e si nasce facilmente. Non v’è dubbio che sia la superficialità dei disperati a sconvolgerci riportandoci ad un’adolescenza che preferivamo accantonare, ma le superfici in cui essi si trasformano sono piani trasparenti che lo sguardo o attraversa o ci si riflette. In un caso il vuoto, nell’altro lo sgomento. L’inquietudine che si prova di fronte ad ogni emarginato è la stessa che suscita in noi la natura più selvaggia, dove ogni gesto annuncia un pericolo e dove la minaccia più grande è perdere la propria maschera. Ladri di volti edulcorati, profanatori di una verginità esclusivamente municipale, i reietti sembrano dirci che in fondo siamo tutti uguali: quale bestemmia più blasfema per un dio a cui piace restar solo?

Troppe volte diafana, e altrettante sfacciata, Roberta ha tutte le virtù dei folli e se c’è una dolcezza nei suoi occhi che pretende comprensione, è quella colta in seno alla sua capacità d’odiare con profonda sincerità. Lei lo sa… all’amore piace coricarsi nei letti già scaldati dal rancore. Mi racconta di un illustre cliente, personalità assai rispettata e la cui incorruttibilità civica è del tutto fuori discussione, che amava farsi defecare addosso… pagava bene, per cui non c’era alcun problema. I moralisti non ci credono, gli stupidi se ne stupiscono, ma gli accorti già lo sapevano. Il bello dell’abitare nella soglia del rimosso sta nel vedere le facce di quanti si affacciano dall’altra parte: avvocati, notai, uomini di partito, condividono la pubblica moglie dei detenuti, degli sciagurati, e di quanti cercano un godimento che sia dimentico dell’agonismo. Ma c’è poi da stupirsene? Certe carriere puzzano di coprofagia per definizione, e forse il momento in cui l’ancor giovane Roberta cacava sul faccione impomatato del suo bamboccio, andrebbe letto come l’unico momento d’autenticità concesso a certa feccia. Del resto tutto ha un prezzo, è sapere che la merda è ben quotata restituisce una qualche soddisfazione.

Tuttavia non è semplice star dietro ad ogni perversione, e come ogni professione, se la si vuol far bene e praticare a lungo, bisogna darsi delle regole. Roberta non ha mai rinunciato alla sua igiene, o al preservativo, e come per molti altri il suo grande problema, dal punto di vista sanitario, non è stata l’arroganza di un mondo intrattabile, o il bisogno irrefrenabile della droga che ti spinge un passo oltre il concesso, ma l’infame silenzio di un’amica. Una siringa infetta dell’invidia di una donna l’ha un giorno trascinata nell’inferno dell’Hiv. Come in ogni mercato, esistono momenti di opulenza e periodi di crisi nera. Negli anni ‘80 in strada guadagnavi bene, spendevi molto per farti ma ti facevi come si deve. Il modello economico cinese (bassa qualità della materia prima, basso costo, alto bacino d’utenza) si è diffuso anche tra le droghe e le puttane. Pur di farsi c’è chi da il culo per venti Euro, e tanto basta per spararsi roba in vena. Drogarsi non costa un cazzo! Scopare neppure! Sono lontani i tempi in cui si vendeva cara la pelle e quando è il corpo ad essere in gioco, devi accettare l’idea che segua le oscillazioni di mercato.

I margini di guadagno li si calcola con la fredda lucidità dei tesorieri, ma sono conti che il primo giorno ancora non ti riguardano. Per lei, la prima volta è stata un “lavoro di bocca” con un cliente che poi s’è tenuto per quindici anni. Non andò fino in fondo, e mentre la bocca scivolava tra le gambe di un Caronte assai cortese, aiutata dall’effetto lubrificante delle lacrime, egli l’arrestò. Non c’era dolore né rimorso in quel pianto, forse solo un pizzico di vergogna e la sensazione d’inefficacia che accompagna ogni “prima volta”. Lui la portò a bere qualcosa, saldò il conto, e la salutò col tono di chi l’avrebbe presto rivista. Invece quella Roberta non si sarebbe più fatta vedere, nascosta sotto occhi che ormai piangono a comando. Non si tratta, ahimé, di fingere per illudere, ma di fingersi per sopravvivere a se stessi. Col tempo ci si abitua a tutto, anche alla morte, ed ogni espressione dell’atteggiamento umano prende i tratti di una pura e semplice realtà di fatto. L’esperienza di una prostituta insegna che non esistono scale di valutazione, che tra una vita che si spezza ed un posacenere che si rompe non c’è alcuna sostanziale differenza. Più che mai l’amore, che senza i suoi cosmetici è sempre e soltanto una scopata! Tacitamente lo sanno anche gli innamorati che si abbracciano teneramente dopo una notte di passione… lo sanno entrambi, vogliono soltanto chiedersi scusa!

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