L’oscena lucidità di Ando Gilardi: della primavera digitale

di Mirko Orlando
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Abstract

Ancora la fotografia digitale, ma questa volta a partire dalle pratiche quotidiane che grandemente hanno sorpreso e infine deriso l’opera dei grandi filosofi del nostro tempo… fatta eccezione di Ando Gilardi, che al contrario ha sempre saputo quanto la relazione tra la verità e la fotografia fosse vero amore… e lo dimostrano i continui tradimenti! Forse tra l’amore e il sesso, tra il sentimento scopico e il voyeurismo, c’è di mezzo la fotografia!

Tra le tante idee che A. Gilardi ci ha lasciato in consegna, ce n’è qualcuna che troverà parole degne che continuino a nutrirle, altre che invece cadranno, inevitabilmente, nel silenzio assoluto. Così è la fotografia… così è la vita. Tuttavia, la perdita di questo materiale latente è un crimine contro la fotografia; un crimine contro l’umanità. Dovremmo istituire un giorno della memoria per non dimenticare le parole di chi forse è stato il più grande maestro della fotografia contemporanea, ma non lo faremo, perché dimenticare è l’ambizione di noi moderni: taciuta ma evidente. Gilardi, oltre che grande fotografo e cultore della fotografia, era anche un profeta (lo sapeva bene e se ne faceva vanto di continuo) e a prendere sul serio le sue anticipazioni ci si può giurare che non si arrivi poi così distanti dalla realtà. Ciononostante non ho mai digerito i profeti, e mi sono presto convinto che s’agganci il futuro ogni qual volta si perda il presente e, così, volendo parlare di A. Gilardi mi limiterò a discutere dello storico e del critico piuttosto che del profeta, in attesa che discepoli più fedeli di me si accorgano che il Gilardi profeta vale bene qualche riflessione.

Nella sua brillante insolenza intellettuale egli sapeva che la digitalizzazione delle immagini, che aveva cambiato il mondo, non lo aveva fatto alla maniera di Baudrillard, cioè facendo sparire la realtà nei simulacri, ma al contrario riportandola alla luce oltre un secolo di oscurantismo. Dove questo ritorno era più evidente era proprio nella metamorfosi delle pratiche sessuali mediate oggi dalla fotografia digitale e i suoi derivati (video digitali), troppo spesso scioccamente sottovalutate della critica accademica. Infatti cambiare le abitudini sessuali di un popolo, diceva correttamente il maestro, significa riconfigurare per intero la società e la cultura, che i più attenti sanno bene (penso ad esempio a Focault) originarsi dal disciplinamento delle funzioni riproduttive e perciò dalla legittimità, più o meno organizzata, della sessualità. Ora la rivoluzione digitale riguarda anzitutto la rivoluzione dei supporti su cui si posano le immagini, che da cartacei diventano numerici e che in questa nuova veste veicolano messaggi inediti perché inedita è la loro disponibilità allo scambio, la loro velocità di circolazione, la loro facilità d’esecuzione. Mms, caricamenti da cellulare, e-mail, tablet, smartphone, pc: qui circolano una quantità esorbitante di immagini pornografiche che prima ancora di appagare i propri “consumatori”, distruggono il potere commerciale di quella che è stata forse l’industria più fiorente della modernità. Ecco la vera rivoluzione e l’autentica liberazione digitale: il maggio della fotografia e dell’intero panorama visuale. Invece la critica si è divisa tra chi sostiene che la tecnologia digitale non abbia affatto messo in discussione l’ontologia del mezzo, e chi afferma apertamente il contrario, dove ambo gli schieramenti ignorano in che modo, e secondo quali canali, questa tecnologia abbia influito sullo sviluppo storico, estetico e sociale, dello strumento. L’immagine non dice più nulla, è copia senza originale; urla il più radicale dei francesi. Poveri sciocchi, un inutile e infruttuoso entusiasmo anima le riflessioni di chi crede che sia mutato qualcosa; sentenzia il più mite e acuto dei critici italiani, e mentre ci si schiera da una parte o dall’altra, ci sono adolescenti che si danno la buona notte scambiandosi sugli smartphone immagini pornografiche, dove l’autoerotismo diventa condivisione e comunicazione: un autoerotismo a due che serve anche a sentirsi vicini, una masturbazione concessa e dedicata all’altro che rende ridicolo il dibattito accademico. La fotografia è morta! La fotografia è più viva che mai! Questi adolescenti si salutano, si toccano, s’innamorano tramite la fotografia rispondendo così alle domande di critici che purtroppo non ascoltano.

Contemporaneamente, i siti pornografici diventano le piattaforme informatiche più complesse ed efficienti, se non altro perché devono gestire un enorme traffico 24 ore su 24. Realtà come “Meeting”, “Parship”, “ashleymadison” (la lista è sterminata),consentono agli utenti di conoscersi e selezionarsi senza secondi fini, unicamente ed esplicitamente per costituire una coppia, anche solo per una notte. Poi ci sono i siti per scambisti, masochisti, escort, o persone sposate che reclamano discrezione. Non si tratta di trasgressione, ambienti simili esistono da sempre, è invece una questione di media, di comunicazione, di mezzo, e il medium è il messaggio (è triste constatare che McLuhan abbia scritto invano). I corpi iconici che circolano in rete, su questi canali, sono corpi in cerca di un primo contatto, un “incontro ravvicinato del primo tipo” che quando è mendace ha vita breve. On line la reputazione è tutto, e la regola vuole che non si espongano corpi irraggiungibili e fittizi ma autentici, reali, poiché il fine della comunicazione – è chiaro per tutti – è quello di realizzare un contatto fisico, sperimentare un rapimento orgasmico, carnale, un “incontro ravvicinato del terzo tipo” votato all’erotismo e alla libertà sessuale. Lo stesso avviene per il più comune materiale pornografico, dove gli occhi non mirano più le superfici igieniche delle sempre più antiquate pornodive, ma divorano e si affamano delle imperfezioni, dei corpi comuni, e meglio ancora se al realismo iconico corrisponde un reale esibizionismo fatto di amatori, gente comune, video privati condivisi volontariamente o sfuggiti al buon senso dei troppi uomini delusi dall’amore. Il sogno inconfessato è quello di riconoscere la propria vicina di casa, un collega di lavoro, magari il proprio superiore, e a ben navigare si rischia persino di realizzarlo.

Del resto, tutta la fotografia digitale è pornografica, qualunque sia il suo soggetto, dal momento che è nella rivoluzione dei supporti che si annida il senso dell’osceno. Pornografica è la furia del voler mostrare tutto, la volontà di liberare l’interdetto, il nascosto, il latente, consegnandolo all’evidenza ottusa di una superficie satura e priva di profondità. La fotografia digitale è per sua natura pornografica, bulimica, obesa, ed è da questo sovrappeso iconico che deriva non soltanto il suo fascino, ma la sua vocazione rivoluzionaria. La varietà dei supporti e delle apparecchiature fotografiche ha inevitabilmente accelerato il processo di iconizzazione della realtà: abbiamo sempre tra le mani una fotocamera, e possiamo in ogni istante trasmettere immagini. Cambia la sessualità, cambia la guerra, cambia tutto. Pur senza riprendere la blasonata simmetria tra pornografia e crudeltà, calcata a più riprese da Sade, Freud, Bataille e molti altri, possiamo rintracciare nelle fotografie scattate dai soldati americani nel carcere di Abu Ghraib il momento esatto in cui la fotografia digitale s’è liberata dell’inutile diffidenza semiologica, rivelando un realismo sconosciuto persino all’analogia: chi può, da allora, credere seriamente che l’immagine numerica non abbia alcun rapporto con la realtà?

Al contrario, la realtà è più complice della fotografia digitale di quanto lo sia mai stata dell’analogia, e forse nella sfera sessuale questa complicità diventa semplicemente più evidente. La nuova oggettività fotografica non fa che promuovere continuamente visibilità, e in virtù di ciò rende obsoleto il più vecchio realismo analogico. L’analogia è seduttiva, materia rara che qualcosa mostra e qualcosa occulta, verità subdola e misteriosa, realtà inevitabilmente viperina che accorda l’estasi alla morte. L’ipervisibilità prodotta della pornografia digitale, all’opposto, rappresenta un momento di livellamento, un’occasione per equiparare gli essenti sull’unico livello dell’apparenza, ed è proprio in questa operazione ch’essa realizza la più profonda rivoluzione sociale. C’è una proverbiale trasparenza, e perciò piena moralità, nella pornografia – massimamente diffusa, economica, immediata – dove invece non c’è etica nei giochi erotici del seduttore. Chiaramente tutto ciò da quando la tecnologia digitale ha rotto gli argini della censura e ridotto le problematiche tecniche, sollecitando in questo modo un ritorno di realtà dirompente e per molti inaspettato. Altro che finzione o ritocchi! Simili artifici riguardano il rozzo primitivismo dell’analogia. Ciò per dire che la bellezza digitale non riguarda il fascino delle superfici sterili, incanto inorganico che semmai era tipico della fotografia argentica, ma al contrario il ritorno di una realtà frustrata. Infatti nell’analogia ci si sentiva al sicuro, non si doveva dimostrare nulla, si era gioco forza veri e perciò si mentiva spudoratamente (ed erano queste bugie a sedurre). Al contrario sulle immagini digitali regna sovrano il sospetto, e di qui la reazione immediata di un eccesso di realtà capace di soffocare il fuoco del dubbio. Più finto! Più finto! Tanto sembrerà vero! Pronunciava l’analogia. Più vero! Più vero! Altrimenti sembrerà finto! Domanda oggi il codice digitale.

Gilardi aveva capito, in anticipo su tutti, che la fotografia digitale non avrebbe affatto distrutto la realtà del mondo, ma solo quella dell’immagine analogica perché potesse nuovamente somigliarvi. Siamo di fronte ad un vertiginoso ritorno della realtà sottoforma d’iperbole, una super-realtà che non ne è affatto il contrario o la negazione, ma l’affermazione più irremovibile e radicale, non la caricatura, ma il ritratto che l’Occidente non ha mai avuto la forza di guardare. Per cui la tecnologia digitale ha cambiato la fotografia? Ha cambiato il mondo! Ha cambiato la politica! Ha cambiato la sessualità! Figuriamoci la fotografia. Nel mondo non c’è mai stato tanto realismo, ma ciò non significa deporne i fantasmi ed il vero problema, alla fine, non è neppure la loro presenza, ingombrante o discreta, ma la loro funzione. Vedo davvero la realtà on line, ovunque, ma non la posso sfiorare perché se mi è concesso vedere ogni cosa, anche la più segreta, anche la più indecente, mi è però concesso toccare soltanto il mio corpo; intendo toccarlo con mano. Caro Gilardi, so bene cosa vorresti dire a questo punto e te lo concedo: siamo una società di onanisti e a dispetto dei chierici ci vediamo piuttosto bene… ma forse è proprio questa l’ultima liberazione dei costumi, l’ultima rivoluzione sociale.

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