Editoriale: dettagli che fanno la differenza

di Redazione
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Seduti sul divano, due amici scorrono sui loro smartphone le fotografie scattate (presumibilmente) ad una festa tenutasi il giorno precedente. Osservando un selfie in cui compare, braccetto, una giovane ragazza, il primo esclama:

–                non sono riuscito ad avere il suo numero ma ieri, tra me e lei, c’è stato un feeling speciale.

Al ché il secondo gli mostra una fotografia da lui scattata, e ingrandendone un particolare fa notare all’amico che sullo sfondo dell’immagine si vede chiaramente la ragazza di prima fotografarsi teneramente con un altro ragazzo, in atteggiamenti del tutto simili a quelli manifestati al suo illuso compagno di divano.

–                Anche tra lei e questo qui c’è stato del feeling?

Domanda ironico. Lo sketch prosegue ancora per qualche momento, fino a quando il motto ci ricorda che i dettagli fanno la differenza. In effetti il Nokia Lumia 1020 è dotato di una fotocamera interna da 41 megapixel, e se teniamo conto che il modello Mark III della 5D di casa Canon ne conta circa 22, il dato è del tutto eccezionale. Tuttavia non è di megapixel che conviene discutere, ma di un aspetto della comunicazione aziendale che rileva le direttrici sulle quali si misura oggi, da un punto di vista sociale, la fotografia digitale. “Da oggi potrai fotografare anche ciò che non esiste!”, Doveva essere questo il motto a venire, secondo i critici più rodati, non appena essi s’interrogarono sullo statuto dell’immagine digitale, almeno stando alle conclusioni di N. Mirzoeff quando scriveva che «ha distrutto la condizione di base della fotografia – che qualcosa debba trovarsi di fronte alla lente quando avviene lo scatto»[i]. E invece qualcosa la si trova davanti all’obiettivo, e persino qualcosa che sfugge ad un primo colpo d’occhio. Ecco come cambia la fotografia! Anziché esaltare la duttilità dell’immagine, la sua predisposizione al ritocco, la sua vocazione al mendace, le aziende insistono sul promuoverne le possibilità analitiche e relazionali nell’intento di risanarne il patto con la realtà, e se queste hanno intrapreso una simile strada, è soltanto per andare incontro ad un pubblico che brama non tanto l’illusione ma l’iperrealismo.

Dunque la tecnologia digitale ha enormemente influito sullo sviluppo culturale della fotografia, ma non affrancandola dal realismo analogico, bensì esaltandone la dimensione del prelievo. Ingrandendo l’immagine io posso navigare tra i segni in cerca di un brandello di realtà che il mio occhio ignora, e posso usufruire del fotogramma come di una realtà seconda che vada non soltanto vista ma attraversata, scoperta, esperita. Siamo vicini alle possibilità (precedentemente esplorate con appositi software di ricomposizione degli scatti multipli) offerte da Scott Howard in immagini quali “Machu Picchu”, “Sydney by night”, o “Chicago by night”, che contavano 1,5 gigapixel ciascuna. Di un paesaggio urbano posso andarmi a vedere cosa avviene nelle case, attraversando le piccole finestre illuminate di un enorme grattacielo che fende la linea d’orizzonte di una notte tanto scura quanto poco oscura per l’occhio che può così penetrarla. La realtà più qualcos’altro di se stessa: la sua esperienza e la sua estensione nel tempo vigile della visione. Immagini non più sinottiche, queste fotografie ci riportano alla natura originaria del gesto fotografico… all’atto. Prodotto non dell’occhio o della mano, neanche del dispositivo, P. Dubois sapeva che una fotografia è figlia del corpo in gioco, cioè della relazione spazio-temporale tra un corpo vivo e un ambiente in continua metamorfosi. Immagine-atto non soltanto nel senso dello scattare, ma anche perché la fruizione del segno, così com’è legata alla realtà ch’esso riporta, è essa stessa un atto pragmatico. Immagine-atto perché il fotografo, muovendosi nello spazio, ne cattura le tracce. Ma immagine-atto anche perché l’osservatore, posto innanzi ad un segno che è appunto traccia, ritorna allo spazio reale che ben conosce e che mediante la visione ripercorre. Immagine-atto perché in ogni momento della sua vicenda la fotografia si confronta e si bilancia con una realtà che si percorre in itinere.

Più megapixel non significano nulla per l’immagine fotografica se la si legge coi vecchi parametri dell’estetica – e lo dimostra il confronto tra le fotocamere professionali ed un semplice smartphone come il Nokia Lumia 1020 –, ma significano molto se s’intende l’immagine non un prodotto, ma il produttore di una diversa esperienza dello spazio… non un segno ma un atto. Se si tiene presente la funzione performativa dell’atto fotografico così inteso, si comprende quanto la possibilità di caricare l’immagine di metadati, di condividerla sui social network così da ridistribuirla nel circuito della rete per connetterla con altri dati, rappresentano le dimensioni non soltanto sulle quali si svilupperà la tecnologia digitale, ma anche su cui si rimodellerà il suo incarico sociale. Con questa “nuova fotografia” siamo ben oltre un semplice segno da vedere e decifrare perché ci troviamo di fronte ad uno strumento che invece ci permette di vedere, non più una mera immagine, per quanto sublime, ma un agente, cioè un modo nuovo di operare lo sguardo. Vedere le immagini fotografiche sarà un anacronismo… da adesso andranno scoperte, esperite, navigate nell’intento di coglierne i segreti che si annidano tra cento e più megapixel.

[i] N. Mirzoeff, Introduzione alla cultura visuale, Meltemi; Roma 2002.

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