Editoriale: quando i nani sembrano giganti

di Redazione
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C’è crisi nera in giro, e i volti che s’incontrano nelle strade non hanno nulla di buono da dirci… passera? Forse. E mentre tutto crolla, mentre l’editoria s’affanna, mentre l’intera economia vacilla, la fotografia rinasce con una forza in parte inedita. Altro che crisi, ne parlano tutti e tutti la vogliono! Puttana invidiabile, pure Torino vuol consumarne la gloria inventandosi la prima biennale di fotografia, e scoperta l’acqua calda inciampa in problemi logistici e organizzativi che immediatamente soffocano i primi entusiasmi… ma tutto è risolvibile e basterà semplicemente attendere (pare il 2015). Intanto, se l’inefficacia amministrativa è prodotto tipico italiano, al MoMA si respira un’altra aria con l’allestimento della mostra “A World of Its Own: Photographic Practices in the Studio”. C’è chi ce la fa e chi arranca, ma mi pare che si possa comunque individuare una costante, e per quel che mi riguarda, persino indesiderata: la fotografia è grande nella misura in cui è arte! Riconoscimento assai tradivo, per la verità, ma per lo più anche indecoroso e immemore delle implicazioni sociali del mezzo.

Se c’è un aspetto affascinante dello studio della fotografia, esso riguarda l’incredibile capacità di convogliare su di sé tutte le attenzioni del pensiero occidentale: l’ambizione a scovare una verità ultima e incontrovertibile; la volontà di realizzare un sapere enciclopedico quale somma delle sue parti; il desiderio di tradurre il mondo in unità chiaramente leggibili; la fantasia di una possibile equiparazione degli esistenti sull’unica misura dell’evidenza immediata. Tuttavia la storia del mezzo, per quanto giovane, solleva questioni che hanno subito profonde metamorfosi, e negli ultimi anni ciò di cui si sente parlare, in maniera direi quasi assordante, è proprio della crisi della fotografia quale mezzo tradizionale con cui registrare il mondo. In realtà ad essere in crisi è l’unità del pensiero occidentale che si è sempre fondato, con tutte le sue infinite sfumature, su una concezione fondamentalmente dialettica del sapere, ed è proprio la possibilità di relazionare, contrapporre o misurare gli opposti, che è stata minata alla base nell’arco del XX secolo. Questa frattura la si rintraccia nella nascita delle teorie costruttiviste, che hanno messo in discussione l’esistenza stessa di un mondo esterno, bastevole a se stesso, che possa essere obiettivamente misurato; nello sviluppo delle scienze informatiche, che grazie alla loro struttura immateriale hanno accordato gli opposti frustrandone, fino all’estremo, le distanze; e nello spazio politico a partire dalla caduta del muro di Berlino quale momento storico in cui la dialettica dello scontro tra potenze avverse ha ceduto il posto all’incontro, confuso e indefinibile, tra soggetto e collettività.

Delusi dalle false promesse del positivismo, abbiamo dimenticato che la fotografia ha ancora un ruolo da giocare per la collettività, e più lo si dimentica più essa lo gioca alle nostre spalle. Pochi se n’accorgono e molti esultano al ritiro dell’immagine nel proprio riflesso: se non può dirci la verità, che ci dica almeno una piacevole menzogna! Prendiamo, ad esempio, la mostra proposta dal MoMA, che ci racconta un’altra storia della fotografia rispetto alle vicende raccontate un tempo dalla celebre esposizione “The Family of Man” allora curata da E. Steichen; «altra» scrive Carla Ruffino su “il Sole 24 ore”, «rispetto alla più nota e, almeno all’apparenza, affascinante storia della fotografia di strada, consacrata da maestri del calibro di Henry Cartier-Bresson, Robert Doisneau, Garry Winogrand, o Robert Frank. Eppure risultati straordinari sono stati raggiunti anche da quegli artisti che, per periodi più o meno lunghi, hanno scelto di ritirarsi nell’intimità del loro studio, inteso come mondo a sé in cui sperimentare, comporre, creare». Sui “risultati straordinari” non c’è nulla da dire, così come sulla necessità (commerciale, storica, culturale) di proporre, proprio oggi, un simile corpo iconografico, mentre resta aperta una piccola riflessione sul cambio di rotta che ha subito non tanto la fotografia contemporanea, quanto invece la sua celebrazione museale. Lo stesso vale per l’evento torinese, nella cui introduzione il curatore Vittorio Sgarbi, parlando del celebre “miliziano morente” di Capa, scrive:

Si è molto discusso se questa foto fosse costruita, cercata. Conta poco. […] La straordinaria popolarità di questa fotografia non ha niente a che vedere con la storia e forse neppure con la naturale repulsione per la guerra. Essa è un teorema estetico che indica lo specifico della fotografia rispetto alla pittura e rispetto al cinema.

Le conclusioni che mi pare opportuno trarre, sia dalle affermazioni di Sgarbi che dalla proposta espositiva del MoMA, riguardano il progressivo arretramento della fotografia – e anche del fotogiornalismo – nel circuito angusto dell’arte, dove concetti come verità o menzogna non hanno un gran seguito… “contano poco”! Del resto, in piena crisi editoriale anche i reporter si rivolgono ai galleristi per accaparrarsi qualcosa, o per dar risonanza alle loro immagini, col solo risultato di aver sempre più sedotto l’immagine con le arguzie della forma. Eppure esiste una quotidianità offesa che i fotografi più lucidi non si sono esonerati dal riprendere, consapevoli che più del godimento estetico era il disprezzo dell’ingiustizia che doveva essere sollecitato nell’anima dei loro pubblici. La verità a tutti i costi! Altro che la bellezza, perché la verità o la si ama o la si odia: non la si può amare a metà senza spezzarsi il cuore.

Certo una fotografia non è propriamente e solamente ciò che mostra, e non è la verità! È anzi una lingua cannibalica con cui il reporter violenta la realtà, brandello per brandello, per riportare in patria il cadavere putrefatto di ciò che i suoi occhi hanno pianto. Tuttavia per il pubblico questo cadavere diventa un volto riconoscibile, identitario, autentico, e proprio perché la realtà non può essere mediata è necessario essere onesti. Nessuno vuol negare la bellezza di alcuni reportage, o far finta che da questi sia impossibile ricavarne un preciso godimento estetico, ma tutto ciò è ancora periferico… al centro c’è l’informazione. È chiaro che non dobbiamo diventare tutti fotoreporter, e che la fotografia “artistica” (mi si faccia passare il termine) ha una sua legittimità, ma mi piacerebbe che qualcuno sostenesse veramente il fotogiornalismo, o che per lo meno non lo confondesse con l’arte.

Probabilmente il mio è uno sfogo allergico all’impudicizia di certe riflessioni, ma credo sia evidente che dietro le proposte sopraccitate si nasconde il fantasma del vecchio autoreferenzialismo “postmodernista”. Sgarbi che parla della foto di Capa ignorandone il contenuto, mentre il MoMA propone uno sguardo autoriale ripiegato su se stesso… insomma un’arte che parla dell’arte assieme a storici e critici dell’arte perché il mondo dell’arte possa ancora sostenersi! Presa l’abitudine a celebrarsi da soli, poco passa perché anche la politica ne prenda atto, e poi come scagliarsi contro questi impostori se alla fine ci somigliano? Un’ombra lontana m’induce a credere che qualcosa stia cambiando: si comincia a respirare un’aria nuova… ma quando il popolo è in ginocchio anche i nani sembrano giganti.

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