Cartoline dalla provincia (1° parte)

di Stefania Biamonti
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Abstract

In occasione di ArteFiera 2014 è stata presentata a Bologna la mostra NoStrano. Cartoline dalla provincia. Viaggio nella periferia italiana. Il percorso, curato da Stefania Reccia e Yulia Tikhomirova, riuniva due diversi progetti fotografici: Gran Hotel Carezza di Ilaria Di Biagio e Amore Mio di Provincia di Veronica Daltri. Due lavori intessuti sullo sfondo di un Italia minore, periferica, e in grado di lasciar in bocca il sapore agrodolce del vivere di provincia. Due lavori frutto di un sentire e di un approccio al territorio profondamente diversi, ma accomunati dalla stessa tensione verso forme narrative ibride, in cui il ricorso alla commistione di generi e linguaggi si specchia in quella che appare come unimpellente necessità espressiva: filtrare la realtà dei luoghi da un punto di vista altro, più intimo e sentimentale. Definire il profilo e il potenziale portato di questi due progetti, e delle loro grammatiche, non è facile, ma linaugurazione dellesposizione bolognese è stata loccasione per incontrare le due giovani autrici e per concordare un incontro in cui parlare delle specificità dei loro progetti. Sono nate così due brevi interviste in cui, prima Ilaria e poi Veronica, approfondiscono i contorni di questi loro racconti in soggettiva della provincia italiana. In questo numero, la conversazione con Ilaria Di Biagio.

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Piove. E la piazza fiorentina in cui ho appuntamento con Ilaria Di Biagio è avvolta da quel tipico torpore che caratterizza il primo pomeriggio italiano, a prescindere dalla stagione. Sono un po’ in anticipo, e Ilaria non è ancora arrivata. La temperatura è accettabile, nonostante siano i primi di febbraio, per cui mi metto al riparo dall’invadenza di quella pioggia sottile e approfitto dell’attesa per riguardare sul sito di Ilaria il testo e le immagini che compongono Gran Hotel Carezza, il lavoro di cui parleremo. La presentazione del progetto inizia con una breve descrizione del contesto narrativo: «Carezza è un paesino delle Dolomiti vicino a Bolzano. La vita a 1670mt. scorre scandita dalle stagioni e per metà dell’anno, attutita silenziosamente dalla neve». Il testo si concentra quindi sul Grand Hotel che domina il villaggio e che dà il titolo al lavoro. Si intuisce subito essere un posto particolarmente caro a Ilaria. Mi concentro per un po’ sulle immagini, quindi ritorno alla presentazione. La mia attenzione si sofferma sulla frase conclusiva, passata quasi inosservata durante le prime letture:  «La vita scorre, ma quando torno a Carezza, sembra che qui si sia fermata, o che ripeta il suo gioco all’infinito con il cambio delle stagioni». Non faccio in tempo a riordinare i pensieri suscitati da quella “scoperta”, che ecco comparire Ilaria all’orizzonte. Si avvicina in fretta, sorridendo. Nel giro di qualche minuto sono seduta con lei al tavolino di un bar e, con quella frase ancora in testa, accendo il registratore. Scoprirò presto, e senza ricorrere a una domanda diretta, che ciò che avevo intravisto dietro quella frase corrispondeva al vero.

È un lavoro particolare Gran Hotel Carezza, che mischia passato e presente, foto provenienti dal tuo album di famiglia, materiali darchivio e scatti realizzati ad hoc, in un percorso visivo apparentemente sospeso tra memoria e documentazione del territorio. Come è nata l’idea di questo progetto?

L’idea è nata un po’ da sé. Frequento Carezza, e l’omonimo Grand Hotel, da quando sono nata, dunque era come se questo progetto fosse già dentro di me, e attendesse solo di prendere forma. Quando ho iniziato a fare progetti fotografici che mi coinvolgevano in prima persona, ho sentito subito la necessità di parlare di Carezza e della singolare realtà del Grand Hotel, e di farlo attraverso un linguaggio che mi permettesse di mettere la realtà attuale del luogo in relazione al suo passato e, soprattutto, alla mia esperienza personale. Per quello ho lavorato in analogico e inserito anche materiali d’archivio e foto provenienti dal mio album di famiglia; limitarmi alla semplice documentazione, fotografando solo la situazione attuale, mi sembrava riduttivo. Anche perché, oltre a essere parte della mia vita da sempre, quindi da trent’anni, Carezza è un posto molto affascinante, che non è cambiato molto nel corso del tempo. Volevo perciò mostrare anche questa sua immutabilità, far emergere la fissità delle sue vedute, dei suoi paesaggi, delle abitudini delle persone che lo abitano o lo frequentano. Chi soggiorna al Grand Hotel Carezza, lo fa perché ha la passione per la montagna, perché ama passeggiare o sciare, ed è così da 150 anni, ovvero da quando c’è il Grand Hotel. Non ci sono nuovi entertainment, diciamo. È uno dei pochi posti delle Dolomiti che è rimasto pressoché intatto.

Escludendo per un attimo le foto provenienti dal tuo album di famiglia, le persone che popolano le tue immagini sono tutte parte del tuo nucleo famigliare, o sono anche semplici turisti o visitatori di passaggio?

No, non sono parte della mia famiglia in senso stretto, se si esclude mia sorella, tuttavia quella del Grand Hotel è una realtà molto particolare. All’inizio del secolo scorso i suoi cinque piani hanno ospitato personalità di spicco, come Winston Churchill o Agatha Christie, poi negli anni Sessanta metà delle camere dell’albergo sono state vendute a privati, e i miei nonni sono stati tra i primi ad acquistarle. Di conseguenza, tutte le persone che si vedono nelle foto sono parte di famiglie che, come la mia, frequentano l’hotel da almeno quarant’anni, e che provengono da tutta Italia, talvolta anche dall’estero. Insomma, sono tutte persone che conosco da quando sono piccola, che hanno avuto figli e poi nipoti. Siamo dunque come una grande famiglia, una sorta di famiglia allargata. A capodanno, ad esempio, ci riuniamo attorno a un tavolone al terzo piano, o al secondo, proprio per stare tutti insieme. Li considero a tutti gli effetti la mia famiglia acquisita.

Quanto tempo hai impiegato per realizzarlo e quali sono state, se ci sono state, le difficoltà principali che hai incontrato?

La domanda dovrebbe essere “quanto tempo ci sto impiegando”, perché il lavoro non è finito, è un work in progress. Sai, quando si affrontano progetti che raccontano anche della tua vita privata, è veramente difficile trovare un punto di chiusura, perché comunque la tua vita continua a scorrere, e le cose continuano a succedere. Carezza non è un posto in cui, come per altri lavori, sono andata appositamente per realizzare un progetto fotografico. È un posto in cui mi reco almeno cinque volte l’anno e dove, ogni volta, trovo nuovi spunti narrativi. Nel realizzarlo non ho ancora mai avuto grosse problematiche; ho avuto solo qualche difficoltà con i ritratti. Le persone che hanno un alloggio nell’hotel, ci vanno infatti solo ad agosto e a Natale, quindici giorni l’anno, dunque riuscire a intercettarle per ritrarle non è stato semplicissimo…

La tua formazione e alcuni tuoi lavori precedenti, come Radio Haiti e A fora sa nato de sa sardigna, dimostrano un tuo chiaro interesse per la fotografia documentaria. Pensi ci sia ancora traccia di questo linguaggio in Gran Hotel Carezza? O meglio, pensi abbia comunque un valore documentario nonostante la sua spiccata connotazione intimista?

Dal mio punto di vista sì. Alla base di questo lavoro c’è infatti una ricerca giornalistica, lo stesso tipo di ricerca che ho adottato per i lavori che citavi prima. È cambiata la prospettiva, ovvero ho cercato di filtrare la realtà di Carezza attraverso un punto di vista altro, più intimo e soggettivo, in modo da poter mostrare anche ciò che non era più possibile fotografare, nonché il mio modo di vivere e intendere quel luogo e la peculiare realtà del Grand Hotel. Ciò non toglie che io mi sia comunque documentata, facendo ricerche d’archivio, leggendo scritti sul territorio e sull’albergo e raccogliendo le testimonianze di quelle persone che lo hanno frequentato nel tempo, anche da molti più anni di me. Non ci sono solo i miei ricordi di infanzia, insomma, ma è da lì che la narrazione parte, procedendo per evocazione. Tuttavia, sono consapevole che probabilmente dal punto di vista del fruitore sia difficile trovare una qualche continuità con i miei lavori precedenti.

Eppure non è la prima volta che prendi spunto dal tuo privato per approfondire tematiche di interesse generale. Penso ad esempio a Fragile, dove parli della sindrome di Ehlers-Danlos (EDS) mostrando il difficile quotidiano di tua sorella Gioia e ripercorrendo la sua vita con alcune foto provenienti, ancora una volta, dall’album di famiglia. Cosa ti ha spinto ad abbandonare forme più propriamente giornalistiche in favore di un impianto più diaristico? Reale esigenza espressiva o hai semplicemente assecondato una tendenza che vede nella commistione di generi e linguaggi il suo punto di forza?

È vero, è una tendenza abbastanza diffusa ultimamente, ma ognuno ha le sue motivazioni… e nelle mie non rientrava certamente quella di voler assecondare una qualsivoglia tendenza di genere o strane logiche di mercato. Per quanto mi riguarda il progetto su Gioia è cominciato perché è stata lei a chiedermi di farlo. All’inizio le ho addirittura risposto di no. L’idea mi spaventava… mi sembrava una cosa troppo difficile da affrontare, troppo personale. E infatti attraverso le ricerche condotte per realizzare questo lavoro ho scoperto, anzi, abbiamo scoperto, cose sulla malattia che non sapevano e che non sono state assolutamente facili da affrontare. Per cui, sì, è una storia privata, e proprio perché mi tocca da vicino l’ho voluta raccontare in un modo diverso, più mio, abbandonando le forme del reportage classico, se così si può dire. Tuttavia se alla fine ho deciso di farlo, e di realizzarlo in questo modo, non è stato per raccontare la vita di mia sorella, e nemmeno per restituire un quadro esaustivo sulla sindrome di Ehlers-Danlos, bensì per portare l’attenzione sul tema poco trattato delle malattie rare, mostrando, attraverso l’esperienza della mia famiglia, le mille difficoltà che devono affrontare le famiglie che vivono una situazione simile alla nostra. Per quanto riguarda Grand Hotel Carezza, invece, il discorso è un po’ diverso. Come ti dicevo l’idea è venuta da sé e, con essa, anche la connotazione da dargli. Non ci ho pensato molto… è stato tutto piuttosto spontaneo. È stata insomma la mia esperienza del luogo a spingermi in quella direzione… è un posto che sento talmente mio che sarebbe stato per me impensabile trascriverlo in un modo diverso, realizzare qualcosa di meno personale, di più… lontano da me.

Ma, sinceramente, non hai mai pensato che adottando questo tipo di narrazione avresti reso più appetibili i tuoi progetti e, magari, allargato il campo dei possibili referenti?

In realtà se avessi voluto seguire una mera logica di mercato avrei continuato a fare quello che stavo facendo. Nonostante la crisi e tutto il resto, con il reportage sociale riuscivo a lavorare e, in qualche modo, anche a viverci, mentre adesso è tutto molto più complicato. Per cui no, non è stata assolutamente una scelta narrativa condizionata dal mercato, ma una scelta frutto di un sentire, una reale necessità espressiva, come dicevamo prima. Negli ultimi anni ho sentito un profondo disagio nel fare quello che stavo facendo, per cui ho cercato un linguaggio che fosse più appropriato alla mio modo d’essere e a quello che mi interessava raccontare, ovviamente.

Pensi che questo tipo di ibridazione di generi e forme possa rappresentare una nuova via per la fotografia documentaria? Un modo per uscire dalla crisi in cui sembra versare negli ultimi anni?

Bah, sì, sicuramente è una via, ma non è una via nuova. Non siamo certo noi la generazione che lo ha fatto per prima, è una strada già battuta da molti altri fotografi prima di me, soprattutto tra gli anni Sessanta e Settanta. Personalmente, ritengo che una serie di immagini non possa raccontare tutto da sola, ha sempre bisogno di un testo, di didascalie o comunque di una sorta di raccordo con il contesto in cui è stata realizzata, specie se ha una qualche finalità informativa. In fondo le fotografie sono frammenti di realtà che possono essere interpretati in infiniti modi. Per cui l’ibridazione di generi, forme, media e influenze, secondo me, se fatta con criterio e onestà intellettuale non può che aggiungere qualcosa, contribuire a completare una suggestione, una conoscenza, un’informazione. In Gran Hotel Carezza, ad esempio, mi affido ai ricordi, alle mie suggestioni ed emozioni per provare a restituire delle informazioni in più a chi a Carezza non c’è mai stato, o c’è solo passato. Sto anche pensando di inserire, a margine delle immagini, delle leggende. Esistono infatti numerose leggende suggestive legate a questo posto e, secondo me, queste rendono molto bene l’atmosfera del luogo, molto più di un freddo testo analitico. Non ho poi certo la pretesa che questo lavoro sia considerato un vero e proprio reportage su Carezza, anche perché non è quello che mi sono proposta, tuttavia ciò non toglie che un valore documentale lo abbia. Il mio tentativo con questo lavoro è semplicemente mostrare che realtà come quella di Carezza esistono ancora in Italia; realtà peculiari, uniche per certi versi, che dovremmo preservare prima che sia troppo tardi.

Quale forma assumerà, quindi, Gran Hotel Carezza una volta finito?

Beh, la mia passione per il libro fotografico mi porta ovviamente a pensarlo innanzitutto sotto forma di libro. Ogni volta che riguardo le mie immagini, mi viene spontaneo provare a impaginarle in pdf da due pagine; non riesco proprio a guardarle singolarmente…. E poi mi piacerebbe riuscire a portare il progetto in mostra laddove l’ho realizzato, se non a Carezza almeno a Bolzano, in un museo o galleria che sia.

Unultima domanda. Durante la mostra organizzata a Bologna in occasione di ArteFiera 2014, il tuo lavoro è stato accostato dalle curatrici Stefania Reccia e Yulia Tikhomirova  a quello di Veronica Daltri, Amore Mio di Provincia. Sono storie molto diverse sia sotto il profilo narrativo, sia contenutistico. Quali pensi siano i principali punti di contatto tra i vostri lavori?

Personalmente, ritengo che i due lavori abbiano funzionato molto bene insieme, e mi è piaciuto l’accostamento giocato sulla suggestione restituita da una certa provincia italiana. Insieme rendevano bene l’idea sia delle atmosfere che si possono ritrovare in questi luoghi, sia del tipo di quotidianità che offrono. Entrambi i nostri lavori guardano infatti alla realtà quotidiana della provincia senza la pretesa di giungere a delle conclusioni… non spiegano niente; vogliono soltanto illustrare un ambiente, una situazione, e nel mio caso anche un vissuto personale, partendo da una prospettiva più intima. Secondo me hanno parecchi punti in comune, nonostante le diverse modalità di realizzazione. Sono sguardi diversi su un medesimo soggetto: la provincia.

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