All’ombra della realtà

di Mirko Orlando
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Abstract

Se c’è un insegnamento che è possibile ricavare non tanto dalla fotografia, ma dalle fotografie destinate a diventare icone del proprio tempo, è che la realtà è inerme innanzi al potere del segno. Per quanti sforzi possano fare i critici più rodati, e per quanto il pubblico possa condannare l’illecito, il fotoritocco, la buffoneria, l’immagine che abilmente sintetizza il pensiero di un’epoca, o il senso generale di un fatto storico, sopravvivrà a queste voci a prescindere dalla sua effettiva autenticità documentale. È soltanto questione di tempo, per cui piuttosto che evitare di manipolare l’immagine, ai fotoreporter più giovani consigliamo più semplicemente di non farsi beccare con le mani nel sacco… dopodichè il tempo aggiusterà tutto!

Ma chi lo dice che il reporter non deve mentire? Più delle bugie è la lunghezza delle loro gambe che influenza il corso degli eventi, e così la storia, e così la nostra misericordia. Quando hanno gambe abbastanza lunghe, le bugie somigliano così bene alla verità che le si digerisce con elegante leggerezza. “È un falso!” Piuttosto che “era un falso!” Non dicono la stesa cosa e non implicano le medesime reazioni: i giudizi di merito hanno un tempo utile, dopodichè le sentenze sono chiacchiere da bar. Il “miliziano morente” di Capa è un falso? Cosa importa! Per noi non è più neppure un miliziano ma il solo protagonista di uno scatto divenuto celebre. Forse allora sarebbe stato davvero interessante sapere qualcosa di più sull’autenticità dello scatto, forse la risposta avrebbe condizionato l’intera mitizzazione di quello che oggi sappiamo essere il più grande reporter di tutti i tempi, forse a quel tempo una più attenta valutazione del materiale iconografico di cui si servivano le riviste e i quotidiani avrebbe contribuito ad una più chiara storicizzazione degli eventi… forse. Oggi è troppo tardi. Oggi una fotografia di quel tempo o è icona o è anticaglia… certo non è storia.

Lo sguardo retrospettivo non vede il medesimo oggetto che mirano gli occhi coevi, e non vede le forme in relazione ai contesti che le generano. Vale per la fotografia quanto per ogni altra rappresentazione, che permane nel tempo in quanto prodotto estetico prima ancora che come agente critico o testimoniale. È il potere mai deposto dell’opera d’arte, che muore al suo interno per lasciare ai posteri il guscio sublime e secco di un’idea tramontata. La “Fucilazione” di Goya, “Guernica” di Picasso, “La zattera della Medusa” di Géricault, “La morte di Marat” di David… vediamo ancora la storia in questi segni? No! Ne vediamo piuttosto la storia: la storia dei segni e delle modalità di rappresentazione.

Le icone non sono testimoni neppure quando sono fotografie, «le icone hanno una vita tutta propria, che le sottrae al circuito ordinario delle immagini-testimoni e fabbrica per loro uno statuto speciale che le protegge come una corazza da qualsiasi incursione critica»[1], scriveva M. Smargiassi, e infatti la storia è piena di bugie divenute vere a suon di lodi e cerimonie. Ne sa qualcosa l’America, che con la celebrazione dello scatto di Joe Rosenthal “The Flag of Iwo Jima” non ha elogiato altro che la propria attitudine ad una spettacolarità mendace, e ne sa qualcosa la Russia, che più che una storia continua ad avere alle sue spalle nient’altro che un romanzo. Nel 1970 John Filo era soltanto uno studente ma vincerà il Pulizer con uno scatto divenuto celebre: il 4 maggio la Guardia Nazionale spara su una manifestazione di studenti contro il governo e l’invasione della Cambogia. Jeffrey Miller giace al suolo esanime, mentre la compagna Mary Ann Vecchio urla il suo dolore. Lo scatto diverrà presto un’icona ma nel 1995, in occasione dell’anniversario di quel tragico incidente, si scoprirà ch’era stato ritoccato[2]. Nulla di grave in fondo, e del resto non c’è icona che non sia in qualche modo falsa perché ritoccata o perché retorica.

Il punto è che alla memoria non serve la verità, che è sempre troppo complessa, ma la sua semplificazione perché diventi materiale operante al dissenso o alla restaurazione. Piaccia o meno le cose stanno proprio così. Allora non è tanto questione di verità, autenticità, calunnia o inganno, ma di chiarezza riguardo il ruolo svolto dagli autori e le loro immagini all’interno della propria epoca, perché pare che le virtù dei padri siano oggi il vizio dei contemporanei. Permetteremmo mai ad un giovane reporter di contraffare i suoi scatti, anche se la contraffazione non cambi il dato “reale” nel segno trasposto? L’eliminazione di un “palo” per ragioni estetiche, o la risistemazione di alcuni oggetti nella scena, sono davvero operazioni così disdicevoli? Tutt’al più dovremmo interrogarci sulle ragioni per le quali un palo, o altro, ci torni tanto indiscreto da compromettere il “buon uso” dell’immagine[3].

Simili questioni aprono dibattiti destinati a rimanere nel tempo… le soluzioni si scartano, non si trovano, e si potrebbe discutere a lungo sulle dovute tutele da dover difendere o sugli eccessi da dover combattere, ma il motto che mi pare inevitabile ricavare è che per quanto la realtà sia interessante, e per quanto sia logico difenderla, essa è ancora il palafreniere della bellezza… mai, questa dea, m’è sembrata come oggi tanto amara.


[1] M. Smargiassi, “Un’autentica bugia”, Contrasto; Roma 2009.

[2] Per ragioni estetico/espressive era stato rimosso un palo del recinto che appare sullo sfondo.

[3] Si veda, in proposito, l’allontanamento del reporter Narciso Contreras dall’Associated Press.

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