editoriale: e se la fotografia continua a morire

di Redazione
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Quante volte abbiamo sentito recitare: la fotografia è morta? Sicuramente troppe, e per una ragione o per l’altra questo motto risuonava ogni volta troppo azzardato e allo stesso tempo troppo vero. «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma»[i] diceva A.L. Lavoisier sulla scia degli atomisti greci, ed è vero anche per la fotografia che se muore è soltanto per rinascere a se stessa. Soltanto pochi anni fa (ma qualcuno ancora insiste) il mondo accademico lamentava la scomparsa dei vecchi, grandi, indimenticabili fotografi italiani; scomparsa direttamente proporzionale alla diffusione della fotografia ad opera della recente digitalizzazione dell’immagine. Si è pianto molto e malamente, perché le lacrime da melanconici – non per ispirazione ma per patologia – impediscono di vedere. Così la fotografia sarebbe morta? Prima di deporre il feretro è doveroso interrogarsi, dobbiamo farlo, ma dobbiamo farlo senza alcuna velleità perché ancora una volta, se ne dispiacciano pure gli accademici, la questione è molto semplice: a chi non piacerebbe essere l’ultimo dei Moicani? Ogni volta che si passa da una generazione all’altra – e ciò non vale soltanto per i fotografi – piangono le prefiche dell’Ancien Régime, mentre spavaldi, i nuovi paladini, pretendono che gli si faccia spazio. In realtà questi ultimi li trovo per lo più molto pacati e disponibili, aperti ad ogni sorta di confronto e persino desiderosi di battersi, anche per un’immagine. Essi sanno di avere alle spalle un’imponente eredità e sentono il peso di tutte le sperimentazioni fatte. Lodano, come tutti noi, l’impegno e la maestria dei pionieri, e compongono le loro elegie a mani vuote… guadagnano poco, molto poco, e si spendono moltissimo. La tecnologia digitale, semplificando i processi di produzione, riproduzione e distribuzione delle immagini, ha gettato fango su un’intera generazione e diventa sempre più difficile spiegare ai “dinosauri” che molto più semplicemente, c’è stata una glaciazione… il mondo cambia! Inevitabilmente. La fotografia, quando è autentica, non può morire perché vive di grandi riflessioni, e scriverne l’epitaffio significa intendere un’intera generazione, senza distinzioni di sorta, inadatta a riflettere. Forse, chi davvero crede che una mutazione tecnologica imponga la nascita o la fine di una certa tensione al vedere, non è mai stato un vero fotografo, e neppure un falso fotografo, ma solo un parassita dell’ordine tecnologico alle cui mammelle si è per troppo tempo nutrito. Cosa piangono costoro? Semplicemente la fine del latte e ad una certa età lo svezzamento è giocoforza traumatico.

Allora ha perfettamente ragione A. Rinaldo quando ricorda che il terzo millennio ha aperto le porte ad una nuova generazione di fotografi, italiani, di grande livello… era dagli anni ‘80 che non si vedeva un’Italia partecipe nel dibattito internazionale sulla fotografia[ii]. Sono autori giovani, fotografi di talento ma anche (e se ne parla troppo poco) critici e cultori del mezzo fotografico capaci di risollevare il tono della ricerca specialistica.

Eppure è vero: la fotografia, se non è morta, rischia davvero d’estinguersi precocemente, e non per colpa delle nuove tecnologie ma della solita vecchia noncuranza nostrana. Si fa fotografia con quel che si ha, ma le immagini da sole non bastano, e sarà sempre necessario accompagnarle con il dovuto rigore metodologico che ogni disciplina presuppone per non scadere nella banalità. Ricerche storiche, e socio-antropologiche, sono indispensabili per difendere la rinascita della fotografia italiana, ed anche in questa battaglia non mancano, tra le nuove generazioni, combattenti valorosi. Ciò che manca sono gli spazi utili al confronto e ad un dibattito che altrimenti rischia di diventare autoreferenziale, e manca l’appoggio di chi, grazie al proprio percorso professionale, può di fatto difendere queste aree. Manca la volontà di reagire ad un mercato editoriale degenerato, che produce ignoranza su ignoranza vendendo macchine fotografiche di ultima generazione e inutili consigli pratici, tecnici, farciti da approfondimenti storici ridicoli (di questo parlano le riviste fotografiche maggiormente diffuse). Nel suo piccolo “Mavica” vuol essere uno di questi spazi, un ambiente in cui le nuove generazioni possano incontrarsi con quelle precedenti per dar spessore culturale alla fotografia, cogliendone tanto gli aspetti artistici quanto quelli storici o sociologici. Forse ognuno di noi deve prendersi la propria fetta di responsabilità perché continuare a lamentare la scomparsa delle grandi riviste, e dei grandi fotografi, non significa altro che ammettere la propria inefficacia.

Vieppiù evidente è la miopia della pubblica amministrazione, che a quanto pare non è troppo preoccupata della crisi che stanno attraversando l’archivio Alinari quanto il MuFoCo: così muore la fotografia! L’uccide l’ignoranza, la disattenzione, la superficialità con cui si operano certe scelte nel nostro Paese. È la miopia che uccide la fotografia, ed essere miopi significa proprio l’aver sottovalutato il ruolo svolto dall’iconosfera nell’ambiente sociale contemporaneo, e l’aver stupidamente inteso l’icona una faccenda priva di un necessario “addestramento” critico. L’immagine è immediata, la fotografia è alla portata di tutti e perché mai investire in un museo o in qualsiasi organo di tutela del patrimonio fotografico? Si fa molta fatica a comprendere che queste istituzioni, prima ancora che custodire un archivio, ci aiutano a costruire una più profonda cultura visiva e con questa, visto il ruolo che gioca oggi l’immagine, un più solido senso civico. Nel suo appello M. Smargiassi scrive che «la cultura rende, certo, ma non paga pronta cassa e in contanti, paga a lungo termine in beni non monetizzabili come l’intelligenza collettiva, il sapere diffuso, che sono la base di un paese sano. Ma chi pensi, e troppi politici fingono di pensarlo o magari ci credono davvero, che basta abbassare la leva “cultura” e veder uscire le monetine dalla fessura, sbaglia assai»[iii]. Invece rende il consenso, rende (e molto) l’ampiezza più della profondità e rendono le frotte di lettori in attesa dell’ultima novità di cui non hanno bisogno. Rende la partecipazione in massa alle attività pseudo-culturali, i “mi piace”, ma una società che attribuisce tanto valore al gusto individuale prescindendone la struttura ed equiparando le voci su scala orizzontale, offre uno spettacolo ridicolo di se stessa. Noi italiani, in questo momento, non disponiamo soltanto di un patrimonio storico eccezionale, ma anche di nuove risorse, di nuovi talenti (critici, storici e fotografi), e almeno per una volta ci piacerebbe “tenerceli in casa”. Manca la presenza dello Stato, e manca la presenza dei privati, ai quali un tempo perdonavamo le loro ricchezze perché in parte contribuivano al sostentamento di specifiche attività culturali. L’odierna classe politica, a tutti i livelli, sbaglia in buona compagnia, e se ancora non siamo riusciti a risollevarci da una crisi che non è soltanto economica, ma anche culturale, è perché al fallimento istituzionale è seguita l’assenza di una classe imprenditoriale capace di assumersi le proprie responsabilità. Massimizzare i profitti è diventata l’ossessione dello Stato (attraverso una pressione fiscale insostenibile) quanto d’ogni altra azienda, ed è proprio mentre tutto ciò diventa ovvio che ci si appressa verso una fine lunga a terminare.


[i] A.L. Lavoisier: “Histoire et Dictionnaire de la Révolution Française”, Paris; Éditions Robert Laffont, 1998.

[ii] A. Rinaldo: “Visti da vicino” in “My generation” di I. Alison, Roma; Postcart, 2012.

[iii] M. Smargiassi: “Sono solo immaginette?”, in “Fotocrazia” 25 Novembre, 2013.

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