Della giovane fotografia italiana

di Irene Alison
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Abstract

Un’intera generazione descritta come massa inerme, sconfitta e afflitta dal corso degli eventi, vittima di una storia che l’ha dimenticata… questa è la nuova generazione. Eppure sono stati proprio i giovani fotografi a portare in Europa e nel mondo la fotografia contemporanea italiana. Fotografi che I. Alison ha intervistato per il suo libro “My generation” edito da Postcart nel 2012, e che hanno contribuito a rettificare molti dei luoghi comuni che pesano sugli under 40 nel nostro paese. Dunque, a che punto si trova la fotografia italiana?

Nel marzo 2012 ho pubblicato il mio primo libro, “My Generation”, parte della collana di riflessione e approfondimento dedicata alla fotografia dall’editore Postcart. Due sono state le tracce che mi hanno portato all’elaborazione di questo saggio, che raccoglie le interviste a dieci dei fotografi under 40 che hanno segnato in maniera più incisiva lo scenario della fotografia documentaria italiana negli ultimi anni. La prima è un articolo che ho scritto per Il Sole 24 Ore nel 2010, al ritorno dal “Visa pour l’Image”, storico festival di fotogiornalismo che ogni anno si tiene a Perpignan, nel sud della Francia. A conclusione di un anno in cui i fotografi italiani erano stati premiati con i più importanti riconoscimenti sull’orizzonte internazionale (dal Word Press Photo of the Year a Pietro Masturzo all’Emerging Photographer Grant a Davide Monteleone fino al Canon Female Photo Journalistic Award assegnato, proprio al Visa, a Martina Bacigalupo) anche un quotidiano come il Sole, abituato a dedicare spazi limitati e un’attenzione marginale alla fotografia, decideva di celebrare con un pezzo di apertura il successo di questi fotografi, molti dei quali avevano da poco superato i trent’anni: un piccolo segno di come, in un paese in cui la cultura fotografica ha faticato e fatica ancora tanto a radicarsi – ne è prova anche la natura così episodica degli approfondimenti giornalistici dedicati alla fotografia sui quotidiani generalisti –, l’eco dei premi internazionali avesse risvegliato, improvvisamente e tardivamente, l’attenzione su una generazione di fotografi di talento.

Allo stesso tempo, dietro questo libro c’è una tensione più personale, che già da anni mi spingeva a interrogarmi sui modi in cui raccontare, da giornalista, il contemporaneo fotografico, e non solo. Sono nata nel 1977, ho 36 anni, e da quando sono al mondo non ho mai sentito parlare in termini positivi della generazione a cui appartengo. La mia generazione è quella di un precariato professionale diventato inesorabilmente esistenziale. Quella che per prima si è affacciata al mondo del lavoro e all’età adulta aspettandosi di aver ereditato delle certezze dai propri padri, per scoprire che quell’eredità era stata prosciugata. Quella che è stata definita solo e sempre attraverso imbarazzanti etichette: come se nulla la distinguesse, identificasse o rendesse memorabile se non un prolungato sbandamento professionale e identitario. Quale traccia del proprio passaggio – mi sono chiesta più volte – lascerà una generazione che si trova a metà del guado tra un’epoca e un’altra? Saremo tritati via dalla storia? Schiacciati tra il crollo di un sistema economico al tramonto e l’attesa di un futuro che deve ancora arrivare?

Poi, guardando a chi mi era più vicino, alle persone che sono state i miei principali compagni di viaggio in questi anni, guardando ai fotografi con cui ho attraversato il mondo da giornalista o con cui ho lavorato da curatrice o da direttrice di una rivista fotografica, ho pensato: forse qualcuno lascerà una traccia. Forse loro, che hanno saputo coraggiosamente tradurre il precariato in indipendenza, che hanno sfidato le onde di un mercato in vorticoso mutamento, che quotidianamente si sforzano di afferrare le forme di un modo in trasformazione, lasceranno un segno di questo tempo. Parlare del loro lavoro – focalizzando la mia ricerca sui fotografi documentari italiani tra i 30 e i 40 anni – era dunque un’occasione per parlare in termini nuovi della mia generazione. Una generazione di cui mi sembrava tanto più importante parlare in un paese in cui si è considerati giovani più a lungo che nel resto del mondo, ma dove, per qualche strana ragione, essere giovani è considerato un disvalore. Una condizione di colpevole incompiutezza.

La mia attenzione si è dunque concentrata sul racconto del percorso di dieci fotografi – Pietro Masturzo, Martina Bacigalupo, Davide Monteleone, Alessandro Cosmelli, Giulio Di Sturco, Massimo Berruti, Simona Ghizzoni, Lorenzo Castore, Alessandro Imbriaco e Sirio Magnabosco – scelti, in parte, in risposta a un gusto soggettivo. Più determinanti sono stati, invece, altri criteri che hanno orientato la mia selezione: in primo luogo parlare di fotografi che si fossero ritagliati uno spazio nel panorama internazionale, al di là del limitato confine italiano, attraverso premi, libri e pubblicazioni. Inoltre, mettere a confronto professionisti che avessero modi diversissimi di interpretare il proprio ruolo, che fossero cioè capaci di declinare il racconto della realtà in modo completamente diverso, pur avendo un tratto fondamentale in comune: l’aver avviato, a partire da una matrice fotogiornalistica, una ricerca sulle forme della rappresentazione, sulla scelta estetica funzionale a tradurre la spinta narrativa o informativa che anima le loro storie. Di progetto in progetto, tutti loro si sono impegnati nella costruzione della propria identità autoriale. Tutti loro hanno compreso che, nell’era dell’infinito visibile, in cui ogni luogo del mondo è a portata di mouse sullo schermo di un computer e in cui chiunque è in grado di testimoniare il reale attraverso la lente di un telefono cellulare, il solo “documentare” non è più sufficiente. Che, con l’enorme mole di letteratura per immagini che si è sedimentata dietro di noi e nella quotidiana sovrapproduzione fotografica che ci assedia, la differenza la fa la personalità dello sguardo, l’approfondimento della ricerca, la consapevolezza narrativa e la coerenza tra contenuto e forme del racconto per immagini.

Dalle storie di riscatto femminile di Martina Bacigalupo, all’universo visionario e oscuro di Lorenzo Castore, dunque, al di là della pur fondamentale importanza dell’argomento dei loro progetti, mi ha colpita l’incisività della cifra stilistica che questi fotografi hanno scelto per raccontare le loro storie: perché per me, in fotografia, la forma è contenuto.

Per raccontare il loro mondo e il loro percorso professionale ho scelto la chiave dell’intervista, perché quello che viviamo, per me, è il tempo delle domande più che quello delle risposte. Perché sono una giornalista, e la domanda è una chiave di interpretazione della realtà che mi risulta naturale. Ma soprattutto perché considero la fotografia come il territorio dei dubbi, più che quello delle definizioni. E a questi dubbi, in un’epoca dove non esiste più nessun non visto da guardare, la messa in scena è l’unico confine che resta da esplorare con l’obiettivo? Dove finisce il confine della documentazione e inizia quello della creazione nell’Era Photoshop? Dove corre la linea di demarcazione tra un fotografo e un artista che usa la fotografia come strumento? Cosa può definirsi fotografia e cosa no ai tempi di Facebook, quando il privato fotografico diventa pubblico e pubblicato? Come si autodetermina una fotografia libera (e orfana) dalla committenza dei giornali? Io e i miei interlocutori abbiamo cercato delle risposte insieme.

Con ciascuno, il confronto è durato ore, a volte giorni interi. È stato un viaggio non solo verso dei luoghi geografici – perché ognuno di loro ha il proprio territorio di elezione: l’America per Alessandro Cosmelli, l’oriente per Giulio Di Sturco, la Russia e il Caucaso per Davide Monteleone, il Pakistan per Massimo Berruti – ma anche, e soprattutto, alla scoperta nell’interiorità di un autore. Si è parlato, infatti, di quello che c’è dietro, di quello che c’è prima della fotografia. Si è parlato di libri, di musica, di cinema. Di strade prese e non prese. Di paure, di amori. Di tutti quegli incontri e quegli elementi che alimentano e orientano lo sguardo, declinandolo verso una particolare angolazione, nutrendo una visione che, per essere personale, deve essere, oggi più che mai, complessa, multiforme, consapevole. Si è parlato tanto di fotografia, naturalmente. Di come si costruisce una storia, di dove si trovano i soldi per produrla, di come ci si relaziona al mercato. Ma si è parlato anche tanto di vita: per questo credo che “My Generation” sia sì un saggio di fotografia, ma anche un romanzo di formazione. Il loro e, di riflesso, il mio.

Oggi, a poco più di un anno di distanza dalla sua pubblicazione, quando alcuni di questi autori hanno varcato la soglia dei 40 e quando molti di loro hanno dato conferma delle premesse e delle promesse contenute nel libro, posso dire di aver maturato, parallelamente al maturare delle loro identità – testimoniata da progetti interessanti e personalissimi come “Spasimo” di Davide Monteleone, “Gulu Real Art Studio” di Martina Bagicalupo, “Il Giardino” di Alessandro Imbriaco – un punto di vista più strutturato (ma nessuna certezza) sull’uso del linguaggio fotografico in relazione alla narrazione del contemporaneo.

Per quasi un secolo la carta stampata è stata il maggiore interlocutore economico dei fotografi documentari. Oggi che la crisi del mercato editoriale è ormai irreversibile, i fotografi devono trovare nuovi mezzi per finanziare i propri progetti e nuovi canali attraverso i quali proporli al pubblico. Molti sono i fotografi di formazione documentaria che tentano il passaggio verso le gallerie, cercando di andare incontro alle richieste di un collezionismo in crescita. Più in generale, ciascun fotografo, oggi, si trova a dover realizzare una complessa sintesi tra più realtà e interlocutori diversi per andare avanti. È un esercizio di equilibrismo, ma è un esercizio stimolante che, associato alle rapidissime trasformazioni in atto sull’orizzonte tecnologico – dalla massiccia diffusione dei telefoni cellulari alle ramificazioni crossmediali della rete – è destinato a incidere profondamente sul linguaggio visivo e sulle sue declinazioni.

Il nuovo mercato dell’editoria fotografica è un mercato liquido, le cui forme mutano continuamente: la battaglia per riuscire a portare avanti il proprio lavoro, allora, si basa sull’essere in grado di cavalcare il mutamento pensando i progetti per essere esposti, venduti, pubblicati e diffusi su piattaforme diverse (dal libro fotografico alle pareti di una galleria, dai giornali all’iPad) e puntando su ciò che, ancora oggi, distingue il comune cittadino armato di iPhone dal fotografo professionista: l’esercizio autoriale di un punto di vista sul mondo e la qualità dell’approfondimento.

Ora più che mai, credo, si rende necessario da parte del professionista un uso profondamente consapevole dell’espressione fotografica: solo se l’intera progettualità è sorretta da una scrittura solida, articolata in modo coerente (da una scelta meditata degli strumenti di ripresa a un uso espressivo e mai decorativo del colore o del bianco e nero, fino a un utilizzo funzionale e non effettistico degli strumenti di post-produzione) potrà emergere sull’incessante rumore visivo di fondo che ci confonde gli occhi. Raccontare andando alla periferia dell’azione; cercare tagli di visione assolutamente personali sull’evento; evocare più che registrare, creando immagini che non sono mai strappate alla realtà ma che nascono da un’interazione profonda tra fotografo e soggetto, tra fotografi e contesto; tentare sorprendenti equilibri tra vero e falso, tra presunta verità e illuminante re-invenzione; contaminare creativamente i generi e i codici dello storytelling: tutto questo fa, a questo punto, la differenza tra una fotografia che è mera rincorsa del reale, sua ossessiva e bulimica riproduzione e sua autoreferenziale condivisione, e una fotografia che, del reale, diventa una rappresentazione culturale, testimonianza metaforica in grado di trascendere il qui e ora dello scatto per parlare, a più latitudini e a più occhi, del tempo e del mondo in cui viviamo. Questo mi hanno insegnato i fotografi della mia generazione. Ed è questa consapevolezza che – in mancanza di altri, più sostanziosi, beni – la mia generazione lascerà in eredità a quelle che verranno.

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